M'illumino d'immenso

Amo vivere, ridere, cantare Amo il sole, il cielo, il mare Amo ricevere ....ma soprattutto dare tanto amore!!!!!
mercoledì, 10 giugno 2009

Raymond Fernandez e Martha Beck; Stati Uniti 1947

Raymond Fernandez e Martha Beck; Stati Uniti 1947


A tredici anni Martha Scabrook, una ragazza già avvilita per la sua obesità, fu violentata due volte da suo fratello. Seguì un corso di infermiera e dopo aver lavorato come assistente, divenne diretrice di un asilo per bambini zoppi a Pensacola, in Florida. Il suo matrimonio con Alfred Beck nel 1944 si concluse con un divorzio. Fernandez Raymond (1914-1951) nacque nelle Hawaii da genitori spagnoli. Avventuroso per natura, fu un abile agente del servizio di spionaggio inglese durante la seconda guerra mondiale. Nel 1945 fu ferito gravemente alla testa e questo mutò in modo radicale la sua personalità. Si occupò di magia nera, fu imprigionato per furto e raggirò oltre cento donne conosciute per mezzo delle associazioni dei “Cuori solitari”. In Spagna, dove vivevano sua moglie a la sua famiglia, si ritiene abbia assassinato una certa signora Thomson somministrandole una dose di digitale. La Beck conobbe Fernandez nel 1947 dopo uno scambio di lettere sempre per mezzo dei “Cuori solitari” e la sua romantica infatuazione favorì la strana unione mentale e sessuale di questi due esseri menomati. A New York i due continuarono l’attività di estorsione a danno dei soci dei “Cuori solitari”. Fernandez combinava contratti matrimoniali e la Beck si faceva passare per sua sorella. Le loro tresche li portarono ben presto al delitto: a New York, la signora Fay fu percossa a morte. Nel Michigan uccisero la signora Downing affogandone anche il figlioletto per soffocarne il pianto. la polizia, seguendo la pista dei pettegolezzi del vicinato, scoprì i corpi dei due Downing in una cantina. La legge del Michigan, dove ebbe luogo l’arresto dei due complici, non prevedeva la pena di morte, perciò la coppia fu riportata a New York e imputata dell’assassino della Fay. Il processo ebbe vasta eco e nonostante la difesa mettesse in evidenza l’infermità mentale, la personalità isterica e psicopatica della Beck e le sue aberrazioni sesuali, i due vennero giudicati sani di mente, imprigionati e giustiziati nella prigione di sing Sing, l’otto marzo 1951 dopo un vano ricorso.

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categorie: serial killer, stati uniti, delitti
mercoledì, 06 maggio 2009

Un saluto a tutti da N.Y.

Manhattan,  New York


Blue Skies Over Central Park




Ciao a tutti. Grazie per il vostro instancabile affetto. Da diversi mesi mi trovo negli Stati Uniti per lavoro e mi è praticamente impossibile seguire il blog. Siete Comunque tutti sempre nel mio cuore. Un grande abbracio



Meg


Fall In Central Park



Empire State Building And NYC Skyline At Night


Image:GreenwichVillageStreet.JPG


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categorie: lavoro, stati uniti, new york
mercoledì, 29 ottobre 2008

Halloween, zucche strane e artistiche

Halloween, zucche strane e artistiche



Arriva Halloween e gli americani si sbizzarriscono nel creare le zucche più strane. Non mancano quelle con i ritratti di vip o personaggi del cinema. La più gettonata, manco a dirlo, è la zucca con Barack Obama. Ecco la selezione del «Los Angeles Times.


Arriva Halloween e gli americani si sbizzarriscono nel creare le zucche più strane. Non mancano quelle con i ritratti di vip o personaggi del cinema. La più gettonata, manco a dirlo, è la zucca con Barack Obama. Ecco la selezione del «Los Angeles Times» (dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


(Dal sito www.latimes.com)


fonti: www.corriere.itwww.latimes.com


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categorie: halloween
martedì, 28 ottobre 2008

week end alla scoperta della natura laziale a costo zero, sino a gennaio 2009

I week end alla scoperta della natura laziale a costo zero, sino a gennaio 2009



Una rigenerante occasione per il tempo libero a costo zero? Eccome, Si può anche trascorrere una giornata a contatto con la natura laziale, le tradizioni e i tesori del territorio, nonchè per trekking o gite naturalistiche, geologiche, fotografiche, come pure in mountain bike. Il calendario di appuntamenti en plein air è fittissimo e variegato.  E chi ha voglia di evadere dalle città nel fine settimana per scoprire,   con guide doc e scorazzando tra i colori dell'autunno siti, parchi, aree mozzafiato, può scegliere nel catalogo Giorni Verdi  ( http://www.parchilazio.it/parchi/) e prenotare l'escursione che più lo attizza: l'adesione è gratuita. Sino a gennaio sarà in corso la suggestiva e ben organizzata  eco-iniziativa Parco Anch'io , a cura dell'Ente Regione Lazio: per partecipare è sufficiente prenotarsi, chiamando il numero verde 800.59.31.96, da lunedì a giovedì, dalle 10 alle 13. Unico limite: ci si può iscrivere come singoli, coppie o nucleo familiare a una sola attività.  Le scarpinate sono gestite e animate da personale qualificato dell’area protetta o da operatori convenzionati con i parchi stessi. Si parte in pullman da Roma...e via. Orari, lunghezza del percorso, difficoltà dello stesso, accessibilità  sono ben  dettagliati, con ogni info caso per caso,  nel catalogo sopracitato, da scaricare in pdf. Il ventaglio di proposte spazia anche da giorno a notte. 


di marina martorana fonte www.corriere.it

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categorie: week end, lazio
giovedì, 23 ottobre 2008

Notte degli Sprevengoli

Notte degli Sprevengoli


Ostra, Ancona


dal 24 ottobre 2008 al 26 ottobre 2008










Gli "sprevengoli", secondo la tradizione popolare locale, sono spiritelli che disturbano le persone nel sonno, saltando loro sull'addome e facendole svegliare di soprassalto, con l'affanno. Per esorcizzare la paura di questi "ospiti" notturni con l'allegria, Ostra propone tre serate di buona cucina e divertimento dal 24 al 26 ottobre 2008. L'associazione Ostra Eventi, con la collaborazione del Comune, sta lavorando alacremente per offrire la migliore accoglienza a quanti sceglieranno di partecipare alla festa. Oltre 13 antiche cantine dislocate nel centro storico faranno a gara per proporre i menù più suggestivi e stuzzicanti. Un'attenzione particolare riserveranno, come è ormai tradizione, alla cura degli ambienti, con luci soffuse e addobbi stravaganti. E niente da stupirsi se fra i tavoli e lungo le volte faranno spicco ragni mostruosi, fantasmi e orride streghe. Lungo le strade e i vicoli più bui, avvolti in un'atmosfera magica e misteriosa, non mancheranno spettacoli e intrattenimenti. Adulti e bambini potranno partecipare mascherati. Allegria, tranquillità, divertimento, spensieratezza e buona tavola sono gli ingredienti per trascorre tre piacevoli serate.


 










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categorie: manifestazioni, marche
mercoledì, 22 ottobre 2008

Ascesa e caduta della «mantide di Challant»

Ascesa e caduta della «mantide di Challant»




La storia di Bianca Maria Scappardone, decapitata nel 1526 al Castello. Secondo la leggenda, è lei la Santa Caterina del Luini.




Bianca Maria Scappardone era una giovane e bellissima ragazza che aveva come unico obiettivo quello di diventare ricca e potente, ma che purtroppo apparteneva a una famiglia di basso lignaggio. Per sua fortuna, e sfortuna degli uomini che le capitarono a tiro, Bianca imparò fin da giovanissima le arti della seduzione e riuscì a far perdere la testa pressoché a chiunque. Il primo a cadere nella sua rete, quando era ancora una ragazzina tra i 15 e i 16 anni, fu Ermes Visconti, uno degli uomini più ricchi e potenti della Milano dei primissimi anni del Cinquecento. Ermes sposò Bianca. E la Scappardone divenne parte della più blasonata famiglia di Milano. Ora poteva partecipare a banchetti, cene e feste del bel mondo dorato della nobiltà. Era ricca e potente in maniera inimmaginabile. Eppure la sua posizione migliorò ulteriormente quando, per vecchiaia, Ermes morì, lasciandola unica erede a soli 21 anni di un fantastico patrimonio e con un cognome, Visconti, che poteva aprirle pressoché tutte le porte.L'affresco del Luini che, secondo la leggenda, ritrae Bianca Maria




 




 




 


L'affresco del Luini che, secondo la leggenda, ritrae Bianca Maria




Terminato il periodo di lutto, Bianca finì subito tra le braccia di un nuovo pretendente, che presto divenne il suo secondo marito, il conte Renato Challant. Il matrimonio durò poco, forse perché il conte aveva intuito quali fossero le mire della ragazza. Bianca, per nulla affranta, decise che cambiare aria le avrebbe giovato sia alla salute sia alle conoscenze maschili e si trasferì in quel di Pavia. Qui, tra una festa e l’altra, tra un ricevimento e un banchetto, Bianca conobbe Ardizzino Valperga, conte di Masino, nobile e ricco. La storia si ripetè ancora, con il povero Ardizzino completamente irretito dalla bellissima ragazza. Ma presto Bianca si accorse che il Valperga non faceva per lei. E lo liquidò. Il poveretto non riuscì a sopportare l’abbandono e cercò disperato un modo per farla pagare alla ex amante. Niente di meglio, gli venne in mente, che cercare di punire Bianca in quello che aveva di più caro, la sua fama, che le permetteva di frequentare il mondo della nobiltà. E Ardizzino cominciò a mettere in giro maldicenze sul suo conto. Il conte era uomo retto e stimato e le peggiori malignità che questo diceva sul conto della contessa di Challant ebbero enorme cassa di risonanza negli ambienti nobiliari, chiudendo molte porte in faccia a Bianca.

Eppure questa era comunque riuscita a irretire un altro nobil signore, Roberto Sanseverino. Anche il Sanseverino aveva completamente perso il lume della ragione per la bellezza di Bianca Maria. E questa volta lei lo voleva utilizzare per scopi malvagi: chiese infatti al nuovo amante di uccidere il Valperga, per punirlo delle cattiverie che aveva diffuso. Purtroppo Ardizzino Valperga e Roberto Sanseverino erano fraterni amici. Sanseverino, rinsavito da una richiesta del genere, non impiegò molto a sparire per sempre dalla vita della Challant. Le trame di Bianca stavano avanzando ulteriormente verso la loro tragica conclusione. Protagonista ne divenne ora don Pietro Cardona, nobile siciliano. E la richiesta, una volta cedute le sue grazie, fu ancora una volta una sentenza di morte. Bianca chiese infatti al Cardona di uccidere Ardizzino Valperga. Questa volta l’amante non se lo fece ripetere e con l’aiuto di un manipolo di uomini organizzò un’imboscata in cui trovarono la morte sia il conte Valperga che il giovane fratello. Peccato che la giustizia non impiegò molto ad arrivare a Pietro Cardona e, da lì, dritto tra le braccia della mantide di Challant. In una fresca mattina milanese del 1526, nel rivellino del Castello Sforzesco, Bianca Maria Scappardone Visconti, contessa di Challant, fu decapitata come mandante dell’omicidio di Ardizzino Valperga e la sua testa fu esposta per giorni nella chiesa di San Francesco, a monito per le mantidi di tutti i tempi. Chi la vide ricorda che aveva mantenuto intatta la dolorosa bellezza anche nella morte. Sembra che il giorno in cui Bianca perse la testa, ad assistere all’esecuzione ci fosse anche Bernardino Luini, il noto pittore, che si ispirò all’evento per rappresentare la decapitazione di Santa Caterina d’Alessandria in una cappella del Monastero Maggiore di corso Magenta. Il bellissimo volto di Caterina altro non sarebbe che il ritratto della «mantide di Challant». Secondo altri, più semplicemente, il volto ritratto sarebbe quello di una suora del monastero di cui il Luini si era infatuato mentre dipingeva il ciclo di affreschi. Visto che la giovane non aveva ceduto alle pesanti profferte del pittore, per punirla il Luini l’avrebbe ritratta come in procinto di perdere la testa.





Bibliografia:


Andrea Accorsi, Daniela Ferro, «Il grande libro dei misteri di Milano risolti e irrisolti», Newton Compton Editori, 2006


Francesca Belotti e Gian Luca Margheriti



su www.lacucinadimeg.splinder.com: Pennette al pistacchio e vongole


su www.milanoeprovincia.splinder.com: Palazzi e Portoni - Arte a milano






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categorie: milano, storia
martedì, 21 ottobre 2008

Awards top 5


 


Ho ricevuto questo premio dalla carissima amica  Giazzurra (http://giazzurra.splinder.com).


Giazzurra mi hai fatto una bellissima sorpresa per il mio ritorno. Grazie ancora.


Meg



 

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martedì, 21 ottobre 2008

21 ottobre 1805 - Trafalgar

21 ottobre 1805 - Trafalgar


Quando l’Inghilterra conquistò il dominio dei mari


di Cristiano Zepponi


Il Trattato di Amiens del 1802 decretò la fine dello scontro tra l’Inghilterra e la Francia napoleonica, vittoriosa sul campo di Marengo nel giugno del 1800. Napoleone, allora, approfittò del primo periodo di pace in dieci anni accelerando il ristabilimento della coesione nazionale, ed il rafforzamento dei suoi poteri personali. Sulla base di un plebiscito, quindi, fu proclamato dal Senato primo console a vita (il 2 agosto del 1802), mentre attraverso una riforma costituzionale – la costituzione dell’anno X – acquisì il diritto di designare il successore, la presidenza del Senato, di sciogliere il Tribunato ed il Corpo Legislativo. In seguito, il giovane còrso perseguì un progetto di accentramento amministrativo, di unificazione legislativa e semplificazione burocratica, mentre continuavano i lavori per l’elaborazione del Codice Civile. Si operò per il risanamento delle finanze attraverso lo strumento delle imposte indirette e soprattutto per una riforma dell’insegnamento, volta in special modo alle scuole secondarie: furono fondati i licei, dediti specialmente agli studi letterari, e ristrutturate le “grandi scuole” di tipo universitario, tra cui l’ “école polytechnique”, al fine di formare funzionari e gruppi dirigenti preparati ed efficienti, provenienti dalle file della borghesia. Il processo d’accentramento dei poteri si concluse con il senatoconsulto del 28 floreale dell’anno XII (8 maggio 1804), con cui veniva approvata una nuova Costituzione che introduceva il ruolo di imperatore dei francesi, poi approvato dal solito plebiscito popolare. Napoleone, quindi, ricevette la corona e la consacrazione di papa Pio VII il 2 dicembre del 1804, nella cattedrale di Notre Dame, a imitazione dei rituali dell’impero carolingio. Ma di sicuro, come la pace aveva favorito l’introduzione del consolato a vita, la ripresa della guerra l’aveva aiutato nell’imperiale scalata. Già nel 1803, infatti, l’Inghilterra – preoccupata per la politica doganale e commerciale della Francia, oltre che per l’attività espansionistica dispiegata nelle colonie ed in Italia, e per la riorganizzazione territoriale dell’area germanica in funzione antiaustriaca -  aveva riaperto le ostilità, preoccupandosi subito di riproporre un blocco navale, mentre Napoleone riprendeva ad ammassare truppe sulla costa settentrionale. “Ricominciamo la guerra dei cent’anni”, commentò sconsolato l’acuto Talleyrand. Il blocco, come sempre, funzionò alla perfezione: la flotta francese rimase immobilizzata, disseminata nei porti di Tolone e Cartagena nel Mediterraneo, Cadice, Vigo, Ferrol e Brest nell’Atlantico. La noia, la solitudine, l’eremitica staticità di vascelli persi nell’oceano misero a dura prova gli equipaggi, stipati in squallide stive, sottoposti a punizioni corporali decise da ammiragli persuasi che in mare non valessero le leggi terrestri. Ma la grande flotta francese, in questo modo, non poteva riunirsi. Napoleone, che di mare capiva assai poco, ignorò stizzito la proposta (avanzata dall’americano Robert Fulton) di costruire battelli a vapore per ovviare alla situazione di stallo. Elaborò invece un piano assai ambizioso: impegnare la flotta inglese nel mar dei Carabi, lontano dalle sue basi, sgombrando così il campo per una massiccia invasione dell’isola. Sapeva, per di più, di poter contare sulla decadente – ma pur sempre gloriosa – potenza della flotta spagnola. Ordinò quindi all’ammiraglio Villeneuve Pierre Villeneuve di forzare il blocco anglo-sassone intorno a Tolone e  fare rotta verso le isole francesi nelle Indie Occidentali, per poi incontrare le navi del commodoro Ganteaume. “L’Inghilterra è nostra”, scrisse ad un suo ammiraglio, sull’onda dell’entusiasmo. Villeneuve, diligentemente, seguì gli ordini ricevuti, ma dovette presto avvedersi che i rinforzi promessi non sarebbero arrivati. Ritornò quindi sui suoi passi, dirigendosi verso Cadice, uno tra gli obiettivi della sortita. Lungo il percorso, all’altezza di Capo Finisterre, s’imbattè nella squadra inglese comandata da sir Robert Calder, combattendo uno scontro incerto, fra le nebbie atlantiche. Il porto di Cadice era sorvegliato dalla flotta dell’ammiraglio Collingwood, che saggiamente lasciò passare l’avversario, per poi richiudere l’accesso. Scrisse alla sorella: “Le navi nemiche sono nel porto di cadice: e sono tante che sembrano una foresta. Sono almeno 36 vascelli di linea e un nugolo di fregate. Come posso fare ritrovandomi un cliente del genere? Ma spero di ottenere dei rinforzi, e se arrivano poveri loro!”. Per sua fortuna, i rinforzi esistevano. Horatio Nelson aveva allora 47 anni, e non si può dire fosse un bell’uomo: “aveva la manica vuota per il braccio perso a Tenerife, l’occhio devastato a Calvi che lo aveva reso orbo, sulla fronte la cicatrice della battaglia del Nilo”. In quei giorni, si trovava a Merton, a sudovest di Londra, posta a metà strada tra il porto di Portsmouth, dov’era attraccata la flotta, e l’Ammiragliato, dove risiedeva insieme ai coniugi sir William e lady Emma Hamilton. Non era bello, Nelson, ma le ferite avevano accresciuto il fascino esotico degli uomini di mare. E lady Hamilton, che l’aveva conosciuto a Napoli nel 1798, quando aveva trentadue anni, aveva un marito più vecchio di trentacinque. Tra loro, insomma, scoppiò l’amore, mentre la vera moglie – lady Fanny Nelson – rimase avvolta nell’ombra, tanto scarso fu l’amore tra i due. Il signor Hamilton favoriva quell’amore, invece di restarne offeso, al punto da permettere che la giovane chiamasse la figlia nata dall’ammiraglio nel 1801 con lo stesso nome del padre, Horatia. Alla morte, nel 1803, regalò all’illustre conoscente il ritratto prediletto di Emma, con la dedica “Al mio più caro amico, il più virtuoso, il più leale e coraggioso personaggio che abbia mai incontrato. Dio lo benedica e cada la vergogna su coloro che non dicono amen”.  Lo andò a chiamare il capitano Henry Blackwood della fregata Euryalus, inviato di Collingwood. Arrivò a Merton alle cinque del mattino del due settembre 1805; ne ripartì undici giorni dopo, alla volta della Victory, ormeggiata, ormai, da troppo tempo.  Nelson aveva stile, e conosceva il valore dell’immagine, oltre ad essere un vanesio memorabile. Sapeva farsi amare, e catalizzare l’attenzione degli equipaggi: “E’ arrivato lord Nelson!”, scrisse alla moglie un rasserenato Collingwood alla vista dei sospirati rinforzi, il ventotto del mese, “una sorta di gioia generale ne è stata la conseguenza”. Le voci dei marinai, ammirate e concitate, raccontavano allora una miriade di episodi, di cui era stato protagonista. Una volta, si dicevano, vide addolorato un tenente di nome Pasco. Dopo aver insistito per capirne il motivo, il ragazzo gli spiegò che l’ufficiale della posta si era dimenticato di mettere sulla nave per l’Inghilterra una lettera per la moglie. “Inseguiamo la nave, facciamole i segnali e diamole la lettera”, gli rispose benevolo. E lo fece davvero. “Il tenente potrebbe morire in battaglia. La moglie deve avere il suo ricordo”, sussurrò di nascosto agli ufficiali. Pierre de Villeneuve, curiosamente, appare un tipo umano opposto. Incredibilmente perseguitato dalla sfortuna nonostante una giovinezza in mare ed una notevole trafila di promozioni (al punto da diventare ammiraglio a trentadue anni), aveva partecipato alla deludente spedizione in Irlanda (nel 1796) ed al disastro di Abukir. E non si può dire che ciò avesse giovato alla sua fama. Ci si misero anche i suoi capitani, contestandone gli ordini, criticando il suo fondato timore della potenza navale inglese, diminuendo la portata delle riparazioni che riteneva necessarie prima di prendere il mare. I suoi due viceammiragli, Dumanoir e Magon, lo contrastavano di continuo. E Napoleone lo disprezzava apertamente: “Non nominatemi più”, disse al ministro della Marina, “quel codardo e la sua umiliante vicenda”. Le coliche psicosomatiche che lo accompagnavano in quei giorni, forse, originavano proprio dalle parole dell’imperatore dei francesi. Alexander Lauriston, comandante delle forze di terra sulla flotta, aiutante da campo e amico di Napoleone, ne denunciava costantemente incompetenza, indecisione, presunzione, codardia: “Sire”, scrisse una volta, “qui abbiamo bisogno di un uomo”.  Napoleone, alla fine, decise di sostituirlo con l’ammiraglio Rosily, che partì subito verso Cadice. “Se il vento me lo permette, salperò domani”, scrisse allora Villeneuve – “un rottame che dev’essere cacciato”, come ribadì Napoleone – al ministro della Marina, percependo l’imminente siluramento. Ignorò così i pessimi segnali inviati nel corso del consiglio di guerra dell’otto ottobre sulla Bucentaure: in quell’occasione, di fronte alla riluttanza dei comandanti spagnoli – che s’appellavano all’impreparazione delle ciurme ed al maltempo – si era sfiorata la rissa tra alleati. “Il barometro sta cadendo”, disse l’ammiraglio spagnolo Gravina. “Non è il barometro che cade. E’ il coraggio di certa gente”, rispose Villeneuve. Era, per David Howarth, una flotta in guerra contro sé stessa.

 




Orazio Nelson









All’alba di domenica venti ottobre, comunque, prese il mare, accompagnata dallo sguardo del popolo di Cadice raccolto in preghiera, affinché Dio concedesse la vittoria. Trentatre navi di linea, e vari vascelli minori, sfilarono silenziosamente sulle acque calme del porto.  Se ne avvide la fregata Euryalus, che subito lanciò il ‘segnale 370’: le navi nemiche stavano uscendo. L’avvistamento interruppe la colazione di Nelson, che s’avvide della situazione verso le nove e mezzo; segnalò, con aplomb tutto britannico, che la colazione era annullata; ed ordinò la caccia generale. Il nemico sembrava fuggire verso ovest, e Nelson ordinò d’inseguirlo. “Possa il dio delle battaglie coronare i miei sforzi con il successo. Ti arriverà certo questa mia ultima lettera prima della battaglia, così spero in Dio di poterla completare dopo”, scrisse all’amata. Nelson sapeva di essere in inferiorità numerica, e adottò di conseguenza i suoi piani: i vascelli inglesi furono ripartiti in tre colonne, contravvenendo al classico posizionamento in linea, che si sarebbero avvicinate perpendicolarmente agli avversari, tentando di isolarli in piccole sacche in modo da impedire che si appoggiassero a vicenda. Puntò insomma sull’azione nave contro nave, contando sull’evidente superiorità manovriera dei propri bastimenti, e sull’eccezionale perizia di capitani e cannonieri inglesi. Poche battaglie, scrisse Howarth, furono combattute con la premessa che all’inizio dello scontro una delle parti combattenti – quella inferiore di numero – era quasi del tutto sicura che avrebbe vinto, mentre quella più numerosa era certa che avrebbe perso. La notte tra il venti ed il ventuno Villeneuve si convinse, probabilmente, di veleggiare verso la catastrofe. La flotta era incapace di segnalare di notte, come richiesto dall’ammiraglio Magon, che apprese dal ricognitore Achille della presenza di navi anglosassoni a sud-sud ovest. Era una notte d’attesa, in cui ognuno ebbe qualche minuto per riflettere: “Cara Harriet, abbi cura di mio figlio”, scrisse ad esempio Blackwood, “Fai di lui un uomo migliore di suo padre”. La folla variopinta delle navi francesi somigliava più ad un anarchico carosello, che ad una formazione militare, e cercava disperatamente di sfuggire all’inseguimento inglese passando per Gibilterra, per approdare poi a Tolone. La mattina del 21, però, fu raggiunta. Villeneuve provò allora ad invertire la rotta, in cerca di salvezza, verso Cadice: “quello è un incompetente”, disse al suo secondo il capitano della San Juan Nepomuceno, il quarantacinquenne Don Cosme Churruca, “con questa ritirata ci ha rovinati”.  Nelson, che era rimasto sveglio per tutta la notte, uscì sul ponte ornato da tutte le brillanti decorazioni ottenute. Si avvide presto che la costa di Trafalgar si profilava sottovento, e non offriva riparo alle navi francesi. Alle sei e venti Villeneuve, fatalisticamente rassegnato, ordinò che la flotta si disponesse in ordine di combattimento, scatenando un prevedibile subbuglio. Il porto distava solo venti miglia, ma la flotta era ormai imbottigliata. Alle sette, la flotta inglese era disposta sulle tre linee preventivate, ma Nelson cambiò improvvisamente il piano: dopo aver constatato il caos che regnava nel campo nemico, infatti, ordinò di attaccare su due sole colonne, fino ad arrivare a ridosso delle navi avversarie, anche a costo di subire qualche danno. Gli stati d’animo variavano, in quelle ore, a seconda della nazionalità. Mentre i cannonieri inglesi incidevano propositi bellicosi sui pezzi, mentre Blackwood sussurrava a Nelson che “se prendiamo quattordici navi è la gloria”, mentre gli equipaggi britannici già pregustavano il bottino rappresentato dalle imbarcazioni all’orizzonte, i marinai francesi alzavano le grida “Vive l’Empereur! Vive l’Amiral!”, portando in parata l’aquila imperiale donata dall’imperatore. Sulle navi spagnole, invece, regnava la disperazione. Quella guerra non li riguardava, le truppe non nutrivano eccessivo astio per l’avversario, e soprattutto era diffusa la sensazione che l’inefficienza della flotta avrebbe causato un disastro. I soldati di terra, imbarcati malvolentieri, si contorcevano per il mal di mare. Soprattutto, non avendo imperatori né aquile, né obiettivi di gloria, né speranze, levavano al cielo continue preghiere. Don Cosme Churruca, il citato comandante della San Juan Nepomuceno, rappresentava perfettamente lo stato della marineria ispanica: non riceveva la paga da nove anni, non vestiva divise nuove, si era sposato a fatica e aveva dovuto troncare la luna di miele; eppure, disse: “se sentirete che la mia nave è stata catturata, vorrà dire che sarò morto”. Ma è chiaro che dietro la retorica, la sfiducia aveva preso il sopravvento. Non potendo sfruttare altre – e più nobili – motivazioni, disse quindi francamente alla ciurma: “prometto eterne benedizioni a chi farà il suo dovere. Chi non lo farà, sarà fucilato”. Nelson, frattanto, era tornato in cabina: qui, si preoccupò di lady Hamilton, senza però voler disonorare la moglie. “Lascio lady Hamilton come un legato al mio re e al mio paese: provvedano loro a darle un’ampia provvigione affinché mantenga il suo rango nella vita”. Raccomandò allo stesso modo la figlia, chiedendo che potesse continuare ad usare il nome Horatia Nelson Thompson. Nelson sapeva che troppe parole sarebbero state superflue; e allora, a mezzogiorno meno un quarto - subito prima di puntare la prua verso l’ammiraglia francese, la Bucentaure - sugli alberi della Victory salì un segnale rivolto alla flotta: “L’Inghilterra si aspetta che ogni uomo faccia il suo dovere”. “Impegnate il nemico più da vicino”, ordinò pochi minuti dopo, quando già le cannonate francesi si abbattevano sul mare, e bucavano le vele della Royal Sovereign, la nave di Collingwood, che comandava la colonna di destra. Le navi imperiali Hèros, Bucentaure e Santissima Trinidad – una delle più grandi del mondo, con 130 cannoni - aprirono il fuoco contro l’ammiraglia inglese: una palla uccise il segretario di Nelson, Scott, un’altra cadde presso l’ammiraglio stesso. “E’ un lavoro troppo caldo questo”, scherzò allora con il capitano Hardy, “per durare a lungo”. La Victory, dato lo scarso vento, passò lentamente a fianco del veliero di Villeneuve, e scaricò una fragorosa bordata capace di fracassarne la fiancata. Subito dopo si avventò contro la Redoutable, un vascello da 74 cannoni comandato dal capitano Jean-Jacques-étienne Lucas. Questi, ansioso di coprirsi di gloria, aveva riempito il ponte di moschettieri e fucilieri, che aprirono un fuoco martellanteLe navi franco-spagnole di testa non riuscivano ad avvicinarsi per soccorrere i compagni, isolati ed ormai numericamente inferiori: la colonna di destra aveva tagliato a metà lo schieramento imperiale, gettandolo nella confusione più totale. Lo scontro durava da una ventina di minuti, o poco più, quando uno dei tiratori francesi, appollaiato su un albero, colpì Nelson alla spalla sinistra, penetrando la carne fino alla spina dorsale; due marinai ed un sergente dei royal marines lo trasportarono sottocoperta, dal dottor Beatty, che s’avvide subito della gravità delle sue condizioni. Dalla nebbia, mentre i francesi si preparavano ad abbordare la Victory, comparve d’improvviso l’inglese Temerarie, che attaccò a sua volta la Redoutable, ferendone il capitano. Sotto la coperta della Victory, in mezzo alla polvere, ai frammenti ed al fragore della battaglia, per tre ore Nelson agonizzò, con lucido realismo. Non avvertiva più la parte inferiore del corpo, respirava con difficoltà, avvertiva atroci dolori ad ogni sussulto della nave. Fuori, il fragore delle urla, delle cannonate, dello scontro. Villeneuve, isolato, abbandonato alla furia degli avversari e privo di scialuppe, chiese soccorso alle navi vicine, ma senza esito. Allora fece abbassare i suoi colori e fu preso in consegna dai marinai della nave inglese Conqueror, per essere poi accompagnato a bordo della Mars. Qui, consegnò la spada al tenente William Hennah. Poco dopo le quattordici, comunque, la battaglia era sostanzialmente conclusa. La Santissima Trinidad fu colata a picco da due piccole imbarcazioni inglesi, lAfrica e la citata Conqueror, che si piazzarono sotto il suo bordo e la sfasciarono interamente, senza che questa – dall’alto della sua mole – potesse reagire. L’Aigle si difese coraggiosamente, come la San Juan Nepomuceno del capitano Churruca, che morì in battaglia come aveva promesso, pur di non arrendersi. “Abbiamo preso dodici delle quattordici navi nemiche che erano qui davanti”, riferì allora Hardy al morente Nelson, rassicurandolo al contempo che, pur malridotte, le navi inglesi restavano a galla. Sembra che le perdite inglesi ammontassero a 24 morti ed un centinaio di feriti. Alle sedici e quindici la Victory segnalò di interrompere l’inseguimento, e richiamò le navi britanniche. I capitani ignorarono deliberatamente l’ultimo ordine di Nelson - ancorare la nave - e lo assistettero fino all’ultimo. “Tra pochi minuti sarò morto. Non buttatemi a mare”, ironizzò alla fine l’ammiraglio. “Si è continuato a sparare a fuoco ridotto fino alle 16,30, quando è stata data notizia della vittoria al molto onorevole Lord visconte Nelson […], morto poco dopo per la ferita riportata”, si legge sul giornale di bordo. Quando la notizia si diffuse, gli equipaggi smisero di festeggiare la vittoria. “Il mio cuore è devastato dal più straziante cordoglio”, disse Collingwood, a nome probabilmente di tutti i marinai britannici. “Uomini rudi che hanno combattuto come diavoli siedono prostrati e piangono come una ragazzetta”, scrisse a casa un altro marinaio. Le leggende, che accompagnano sempre la fine degli uomini capaci di colpire l’immaginazione dei contemporanei, non lo risparmiarono; dato che il corpo dell’illustre defunto fu immerso in una botte di brandy - per garantirne l’integrità - nella cattedrale di San Paolo a Londra, da allora, si racconta che i marinai bevvero dalla botte e che per questo il grog distribuito sui vascelli britannici è stato rinominato “Sangue di Nelson”. Londra, comunque sia, fu informata solo il 5 novembre. Il “Times” scrisse: “Non sappiamo se dobbiamo piangere o gioire. Il paese ha vinto la più splendida e decisiva vittoria che abbia mai adornato gli annali navali dell’Inghilterra. Ma è stata acquistata a caro prezzo. Il grande e galante Nelson non è più”. “Orribile notizia quella che giunge da Cadice”, appuntò il solito Talleyrand: l’invasione dell’Inghilterra fu rimandata per sempre. Napoleone viveva il momento di maggior splendore della sua parabola, e volse le spalle al mare, stizzito come un amante tradito. Si dedicò allora a quello che gli riusciva meglio; poco più di un mese dopo, dunque, si ritrovò sul campo di Austerlitz.







fonte: sito internet instoria




postato da santamargherita alle ore 10:08 | link | commenti (6)
categorie: storia, francia, inghilterra
martedì, 21 ottobre 2008

Scusate la prolungata assenza..........................

Ciao a tutti, scusate la prolungata assenza dovuta ad un concatenarsi di eventi, tra cui il lavoro.................


Grazie a tutti per l'affetto con cui avete costantemente lasciato commenti e grazie per i messaggi. Cercherò di rispondere a tutti prima possibile.


Con affetto


Meg

postato da santamargherita alle ore 09:26 | link | commenti (11)
categorie: varie
venerdì, 29 agosto 2008

Milano-Quando i barboni mangiavano da Giannino

Milano


Quando i barboni mangiavano da Giannino


Ma tra i clienti c'erano anche Ava Gardner e i giocatori del Milan. Un tour gastronomico alla scoperta di antichi sapori e curiosità.


«El Carnera el m'ha miss la man in sul coo!» ripeteva ai suoi avventori Giannino, il proprietario dell’omonimo ristorante di via Sciesa 8, rievocando la presenza del celebre pugile italiano nel suo locale dopo che nel '33 aveva conquistato il titolo mondiale. E ricordava di come la gente gli guardasse i piedi incuriosita, perché si diceva che Primo Carnera portasse il 52 di scarpe. Ma il grande boxeur non era l’unico personaggio noto a frequentare il ristorante milanese, che poteva vantare clienti come il ministro dell’Aviazione Italo Balbo, che in epoca fascista guidò due voli transatlantici, il primo alla volta del Brasile, il secondo degli Stati Uniti, dove gli fu intitolata una via, la Balbo Avenue di Chicago, tuttora esistente. E ancora: Ava Gardner, Gregory Peck e, in tempi più recenti, il Milan di Fabio Capello vi festeggiava gli scudetti. Il ristorante del pisano Giovanni Bindi (detto Giannino), che dalla sua apertura nel 1899 ha sempre proposto una cucina tradizionale toscana, attirava commendatori, muratori e vetturini, e ai malati di polmonite e tbc non negava mai un uovo fresco, una vera rarità in tempo di guerra. Da Giannino c’era posto anche per i barboni, che dopo l’ora di pranzo facevano la coda per ricevere gli scarti puntualmente versati nel barattolo di latta che tenevano fra le mani, fatta eccezione per la vigilia di Natale quando i tavoli erano apparecchiati per i senzatetto, serviti e riveriti come dei veri sciori. E pensare che quando Giannino si era trasferito con la famiglia da Bagni di San Giuliano a Milano aveva aperto una fiaschetteria toscana, che solo di tanto in tanto proponeva ai clienti baccalà, fagioli conditi con l’olio buono e trippa alla fiorentina, cucinata dalla moglie Virginia il mercoledì e il sabato; ma la fama di quelle pietanze si sparse presto attirando sempre più commensali. Dopo poco più di un secolo di attività, nel 2003 Giannino ha chiuso i battenti, ma due anni fa lo storico marchio è stato rilevato da un gruppo di soci che ha riaperto il ristorante al numero 6 di via Vittor Pisani, dove oggi si recano altri vip, da Silvio Berlusconi ad Adriano Galliani, fino a Valeria Marini e Simona Ventura. Ha un’anima toscana anche la Taverna Moriggi, con una «g» in più rispetto al nome della via dove è situata (via Morigi 8), per un errore di trascrizione dell’amministrazione comunale. Capocollo toscano, cotechino con lenticchie, salame di cervo e di cinghiale, salsiccia con fagioli, accompagnati da Brunello di Montalcino, Chianti, Grignolino, Nebbiolo, sono sempre presenti nel locale, ospitato in un edificio del Seicento oggi riconosciuto monumento nazionale dalle Belle Arti. Là dove un tempo i nobili tenevano le proprie carrozze, nel 1900 fu inaugurata l’osteria, che dopo vari passaggi di mano fu rilevata da Gino Liopi nel 1963. Il curriculum del signor Gino è lungo e vario: romano di nascita si trasferì in Toscana con l’incarico di bonificare i campi minati per poi diventare sommelier e approdare al prestigioso ristorante Nannini di Siena. A Milano giunse nel 1958, chiamato ad assumere la direzione del Biffi in Galleria a cui seguì il lavoro alle Cantine Dal Verme e infine alla Taverna Moriggi. C’era chi al vino accompagnava più di una partita a carte o una lunga chiaccherata (vedi il regista Mario Soldati, che abitava nella via e ordinava sempre pasta e fagioli), poi sono venuti i piatti freddi a pranzo e da ultimo la trasformazione in ristorante nella prima metà degli anni Ottanta, con un menù ricco di ricette piemontesi, lombarde, emiliane e, naturalmente, toscane.


La scritta Contrada Morigi accanto alla trattoria Moriggi (Gian Luca Margheriti)


La scritta "Contrada Morigi" accanto alla trattoria Moriggi (Gian Luca Margheriti)

Il palazzo nobiliare del Seicento che ospita la trattoria Moriggi (Gian Luca Margheriti)


Il palazzo nobiliare del Seicento che ospita la trattoria Moriggi (Gian Luca Margheriti)


L'ingresso della taverna Moriggi, al numero 8 di via Morigi (Gian Luca Margheriti)




L'ingresso della taverna Moriggi, al numero 8 di via Morigi (Gian Luca Margheriti)


L'insegna del ristorante (Gian Luca Margheriti)


L'insegna del ristorante (Gian Luca Margheriti)




Dopo tanti sapori forti il palato va addolcito, magari con babà, biscotti alle mandorle, cannoli, cassate, croccanti, gelati, granite e torroni. A Carlo, Mario e Donatella Freni della pasticceria F.lli Freni (in via Beccaria 3 e via Torino 1), basta sfogliare il ricettario in cui sono custoditi i segreti culinari del padre Salvatore per creare specialità siciliane. Un’arte tramandata da quando Salvatore (scampato al terremoto di Messina del 1908) nel 1914 aprì un piccolo locale in via Verziere, che poi fu anche la prima pasticceria del Nord Italia a servire prodotti siciliani. Ogni ricorrenza vuole il suo dolce e così ecco il buccellato (una pasta ripiena di fichi secchi, mandorle, noci, cannella, miele, gocce di cioccolato, e ricoperta di zucchero a velo) per l’Epifania, le sfingi di San Giuseppe per la festa del papà, la pastiera napoletana per Pasqua, i pupi di zucchero per la Festa dei morti, e la cuccià per Santa Lucia. Se poi vi trovate in vacanza a Londra e vi viene voglia di frutti di marzapane, niente paura: basta entrare da Harrods e dirigersi verso la Chocolate Hall dove i dolcetti firmati F.lli Freni non mancano. Esperta nel soddisfare i peccati di gola è anche l’elegante pasticceria Sant’Ambroeus di corso Matteotti 7, che dal 1936 stuzzica gli amanti del cioccolato con graffioni (cioccolatini con ripieno di ciliegia e liquore), il famoso cioccolato Ambrogiotto e torte dalle forme più svariate.


La pasticceria F.lli Freni di via Beccaria 3 (Gian Luca Margheriti)


La pasticceria F.lli Freni di via Beccaria 3 (Gian Luca Margheriti)



L'insegna del locale dove compare la sua data di fondazione, il 1936 (Gian Luca Margheriti)


L'insegna del locale dove compare la sua data di fondazione, il 1936 (Gian Luca Margheriti)


Particolare dell'insegna (Gian Luca Margheriti)


Al Santa Lucia si accettano suggerimenti. Al ristorante infatti non sono mai mancati i clienti forieri di idee, da Totò che proponeva agli chef del locale il battuto di aglio, olio, pomodoro e origano, al regista Franco Parenti con i suoi maccheroni «strascicati» al pomodoro e basilico. Come rifiutare le nuove proposte del resto, quando il motto del titolare, il modenese Leone Legnani, era «chi digerisce torna»? Lui che dopo aver fatto il suo «apprendistato» a La bella Napoli ed essersi innamorato degli spaghetti alle vongole, della pizza, della parmigiana di melanzane e dei peperoni ripieni, nel 1929 aprì un ristorantino in via Agnello dotandolo di forno a legna (il primo a Milano). Anche il personale era partenopeo: lo chef di Pozzuoli e il pizzaiolo di Napoli, mentre i clienti venivano perlopiù dal mondo dello spettacolo, dopo che la compagnia della rivista «Al cavallino bianco» aveva sparso la voce che in quel locale la cucina era ottima. Le tante celebrità che sono passate da A Santa Lucia sono immortalate in oltre 400 fotografie appese alle pareti del locale, che dal 1959 ha sede al numero 3 di via San Pietro all’Orto. E se si guarda bene sembra quasi di vedere ancora Mina seduta al tavolo a giocare a carte per ore e Totò presentarsi alla porta in compagnia dell’inseparabile Eduardo.


Il ristorante A Santa Lucia in via San Pietro all'Orto 3 (Gian Luca Margheriti)

Il ristorante A Santa Lucia in via San Pietro all'Orto 3 (Gian Luca Margheriti)


L'insegna del ristorante aperto da Leone Legnani (Gian Luca Margheriti)

L'insegna del ristorante aperto da Leone Legnani (Gian Luca Margheriti)


Se poi cercate «una trattoria gradevole a prezzi umani», come scrisse qualche anno fa «Il Corriere della Sera», la Trattoria La Colonna di via Santa Maria alla Porta 10 è quello che fa per voi. La cucina è milanese con i suoi risotti (giallo, al salto, al castelmagno e aceto balsamico, con basilico e spinaci), la «vestita» all’ossobuco, il manzo al Barolo e la pasta al sugo di agnello o papera. Alla sua nascita nel 1950 il locale esibiva la scritta «latteria con servizio di ristorazione», fino a diventare una trattoria vera e propria negli anni Sessanta, conosciuta anche come «la trattoria della Borsa» per via della sua vicinanza a piazza Affari e della frequentazione del locale da parte di agenti di cambio e bancari. Ma il suo nome lo deve a una colonna di granito che si trova al centro del piano interrato, mentre un’altra sporge da una parete della saletta.


L'insegna della trattoria La Colonna in via Santa Maria alla Porta 10 (Gian Luca Margheriti)

L'insegna della trattoria La Colonna in via Santa Maria alla Porta 10 (Gian Luca Margheriti)


Dalla Trattoria Bagutta ha invece preso il nome il primo premio letterario italiano: il Premio Bagutta. Tutto cominciò quando lo scrittore Riccardo Bacchelli iniziò a frequentare il locale composto da «due stanzette, quattro tavole... tovaglie pulite, e cucina in vista, com’è stile nella raccomandabile osteria», allora in via Bagutta 4 (dal 1936 al numero 14). Bacchelli e i suoi amici potevano sempre contare su un tavolo a loro riservato, ma decisero che chi si presentava in ritardo o mancava all’appuntamento avrebbe dovuto pagare un’ammenda. La sera dell’11 novembre 1926 toccò al giornalista Orio Vergani, che pagò pegno e lanciò la proposta di destinare il denaro raccolto all’autore del libro che il gruppetto di amici giudicava migliore. Fu così che le multe da 100 lire a testa diedero vita al Premio Bagutta (un’iniziativa simile a quella del ristorante Drouant di Parigi, con il suo Premio Goncourt, ndr). Nel frattempo, tra una portata di affettati e un piatto di zuppa di cavolo nero, il locale fondato nel 1924 dal toscano Alberto Pepori attirava sempre più clienti fra cui Mario Vellani Marchi, che immortalava gli artisti (giurati e candidati all’ambito premio) in caricature che andavano a tappezzare le pareti insieme agli schizzi di De Chirico, Minguzzi, Spilimbergo e altri «baguttiani».

La trattoria Bagutta al numero 14 dell'omonima via (Gian Luca Margheriti)

La trattoria Bagutta al numero 14 dell'omonima via (Gian Luca Margheriti)


L'ingresso della trattoria Bagutta, aperta nel 1924 (Gian Luca Margheriti)


L'ingresso della trattoria Bagutta, aperta nel 1924 (Gian Luca Margheriti)


Le insegne della trattoria (Gian Luca Margheriti)

Le insegne della trattoria (Gian Luca Margheriti)


Se poi volete un aperitivo, chiedete el papagrand di aperitiv, e vi sarà servito un Bitter. Il «bitter all’uso di Hollanda», meglio conosciuto come Bitter Campari, che il novarese Gaspare Campari proponeva alla clientela del suo caffè inaugurato il 15 settembre 1867, lo stesso giorno della Galleria Vittorio Emanuele II, e che richiamò subito artisti e imprenditori, da Arrigo Boito e Giacomo Puccini a Edison e Pirelli. Visto il successo del locale, che da caffè-liquoreria presto si trasformò in ristorante, il figlio di Gaspare, Davide, nel 1915 acquistò il negozio davanti (l’attuale Zucca in Galleria, mentre al posto del Campari oggi si trova l’Autogrill), subito ribattezzato Camparino (quattro anni più tardi i due locali passarono alla famiglia Zucca, la stessa del famoso rabarbaro). E in quanto a creatività Davide non fu meno del padre: è a lui infatti che si deve il Cordial, un bitter di basso grado alcolico unito al selz.




Le vetrine dello Zucca in Galleria (foto di Gian Luca Margheriti)


Le vetrine dello Zucca in Galleria (foto di Gian Luca Margheriti)


L'insegna del locale (Gian Luca Margheriti)

L'insegna del locale (Gian Luca Margheriti)



Bibliografia:

Luca Sarzi Amadé, «Milano in periferia», Milano, Mursia, 1999

Enrico Guagnini e Claudio Guagnini, «Guida ai locali storici italiani», Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1992

Guide Touring, «I locali storici di Milano», Milano, Touring Editore, 2004


Francesca Belotti e Gian Luca Margheriti - www.corriere.it




postato da santamargherita alle ore 10:56 | link | commenti (47)
categorie: milano, ristoranti, locali

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Ariete, anzi arietissima......, passionale, a volte anche un po' geisha, entusiasta ed entusiasmabile, vitale, giocosa, leale, sportiva e ............il resto a voi!!!!!

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